Giovanni Bai says:

«L’arte da sola non è in grado di umanizzare la vita; ma quando si ha il bisogno di umanizzare la propria e l’altrui vita anche su altri piani – su quello politici, morale, ecc. – l’arte fornisce un metro e funge da punto d’appoggio sentimentale e intellettuale per operare la trasformazione» afferma Agnes Heller (La sociologia della vita quotidiana): questo per tutti quelli per cui l’arte non ha rilevanza non la capiscono non ne vogliono sapere. E allora noi gliela diamo.

A Cinisello Balsamo - a pochi chilometri da Milano - è stato realizzato il progetto di Jochen Gerz Salviamo la luna, un’opera d’arte pubblica, promossa dal Museo di Fotografia Contemporanea, che ha visto il coinvolgimento di migliaia di persone, che si sono fatte fotografare, hanno passeggiato nella notte innalzando cartelli con i loro ritratti, e infine ospiteranno nelle loro case il ritratto di un altro partecipante all’operazione. Ognuno ha in casa propria un pezzo dell’opera d’arte: si costituisce in questo modo una collezione permanente davvero pubblica, dove si realizza il circuito > MUSEO > CITTÀ > CASA e viceversa.

Se la città è divenuta sempre più anonima con il trionfo dei cosiddetti nonluoghi, che in realtà sono ormai luoghi definiti, amati e frequentati al punto che si parla del loro tramonto e dell’emergere dei superluoghi (che sono sempre la stessa cosa, comunque priva di identità…): è per questo che quello che voglio fare è dare risalto ai luoghi.
Se da un lato ho posto l’arte come strumento per umanizzare la vita, dall’altro mi scontro con il problema reale della diffusa incapacità di saper analizzare le immagini in una società dell’immagine e dello spettacolo.

Si tratta quindi di portare ovunque l’arte in una dimensione realmente democratica e quotidiana; nelle case, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, sui mezzi pubblici e in strada, per raggiungere un pubblico nuovo: una riappropriazione quindi del territorio, che si concretizza nello slogan La città sono io.
Non si tratta di fare delle mostre, né tanto meno di cercare di vendere qualcosa, ma di costruire dei progetti,) e soprattutto di costruire eventi dal basso.

Le città si rinnovano e si assomigliano tutte, mentre si regredisce nel campo dei diritti e dei comportamenti individuali e collettivi. Tuttavia non dobbiamo dimenticarci delle immagini banali e di cattivo gusto: non tanto i programmi televisivi e non solo le pubblicità. Penso anche ai manifesti delle campagne elettorali, che inquinano le città e le menti quanto il rumore dei gas di scarico.

Guardare la città che cresce – come non pensare alla Città che sale di Boccioni? – è oggi partecipare a quella immensa operazione artistica che è proprio lo sviluppo senza fine delle metropoli. Davanti ai lavori della Lehrter Bahnhof - ormai divenuta la nuova stazione cenytrale di Berlino - si ergeva negli anni scorsi un palco, da cui seguire l’avanzare dei lavori.

L’arte, come la poesia, è uno strumento di comunicazione paradossale, non immediatamente comprensibile, ma è anche, nella sua fruizione quotidiana, una pratica inconsapevole. L’educazione all’immagine, all’arte e al rispetto del patrimonio artistico devono diventare dei valori condivisi, per offrire un ulteriore contributo sia all’interpretazione che al cambiamento di questa realtà.

E come non ripensare a Berlin Alexanderplatz di Alfred Doblin: Brum, brum: davanti a Aschinger nell’Alex strepita il battipalo a vapore. È alto quanto il piano di una casa e come niente infila i pali di ferro per terra. Aria di neve. Febbraio. La gente va intorno infagottata. Chi ha una pelliccia la porta, chi non l’ha va senza. Le donne hanno calze sottili e devono aver freddo. Ma sono carine. (…) Brum, brum, pesta il battipalo in Alexanderplatz. (…) Rrrr, cigolano i tram, gialli coi rimorchi attraverso l’Alexanderplatz ricoperta di tavole, è pericoloso saltar giù dal tram. La stazione della ferrovia sotterranea è tutta scoperta. (…) Buttano giù tutto, le case lungo la ferrovia sono buttate giù. Dove trovano tanti soldi?

Basta salire sulla S-Bahn - che da Charlottenburg compie un anello attorno al centro della cittàdi Berlino e, passando per Zoobahnhof, porta ad Alexanderplatz e a quel monumento di archeologia urbana che è lo snodo ferroviario di Ostkreuz - per ammirare il panorama della nuova città, con al centro Potsdamer Platz e la cupola del Parlamento di Foster. Ma occorre soffermarsi anche sui particolari del percorso e fare attenzione ai graffiti, in particolare quelli del gruppo CBS - che si caratterizza per il pugno giallo chiuso, a volte con il medio alzato… - che si possono vedere, a volte solo dalla metropolitana, sui muri delle case e in posti inusuali. È una delle TAG più caratterizzanti, come quella di Muelle, che già negli anni ottanta aveva invaso Madrid, o di Dumbo, che a Milano ha lasciato i suoi segnali ovunque, divenendo elemento fondamentale del percorso urbano come l’arredo urbano modificato dei panettoni di Pao.

Negli anni scorsi i manifesti regolarmente affissi da Carlo Buzzi, - che si componevano di immagini che associano nomi della cultura o dell’arte a oggetti della quotidianità oppure occupano tutta la superficie con ritratti di parti del suo corpo - riuscivano a provocare una sorta di spiazzamento cognitivo, cosa che risulta piuttosto difficile agli interventi promossi dalle pubbliche amministrazioni, come sculture e installazioni collocate all’esterno e comunque in spazi pubblici.

Un intervento di public art che ha saputo cogliere il disagio nei confronti del corpo è costituito dalla scultura di Marc Quinn, esposta per molti mesi a Trafalgar Square a Londra: Alison Lapper Pregnant è il ritratto scala 2:1 dell’artista Alison Lapper, focomelica e incinta, in marmo bianco, che si confrontava con la colonna di Nelson e la National Gallery e lo spiazzamento dei turisti e dei londinesi.

«La città non è solamente un luogo come un altro dove vivere o lavorare – ha affermato Giuliano Della Pergola - la città è in qualche modo il centro del mondo» il cui potere di attrazione che ha esercitato da sempre sull’uomo deriva proprio dalla sua capacità di offrire qualcosa di indefinito che non si esprime solo in termini economici, come ha sostenuto Italo Calvino: «Le città sono luoghi di scambio, come spiegano tutti i libri di storia dell’economia, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi.»

L’estetizzazione dei processi metropolitani che trova nei centri commerciali – i nonluoghi per eccellenza, trasformatisi ormai in superluoghi, come dicevo prima - suggerisce inevitabili paralleli con la filosofia del flâneur di Baudelaire fatta propria da Benjamin, dove lo spostamento non è mai casuale e segue quella logica che oggi è propria dei navigatori degli ipertesti, dal Parkour alla Psicogeografia, all’esperienza del camminare come forma estetica, come ci racconta Francesco Careri nel libro Walkscapes, che spazia dai walkabouts degli aborigeni australiani alle derive dadaiste e lettriste fino all’esperienza di Stalker.

Il padiglione giapponese della ultima Biennale Architettura ha presenta la ricerca del gruppo di architetti ROJO society, un viaggio di oltre trent’anni nella città, fondato sulla scienza dell’osservazione della strada alla ricerca delle tracce lasciate sul paesaggio dai fenomeni naturali o dall’inconscio umano. Si tratta di interventi sui luoghi dell’abitare, ma anche sulla segnaletica stradale, fiorita in modo spontaneo, cui rispondono i cartelli pensati dal gruppo milanese di Esterni che invitano a vivere la pratica urbana della socialità.

I neon sfacciati delle pubblicità che si sommano alle immagini dei megaschermi e alla frenesia della vita reale con colonna sonora del caos della metropoli hanno fatto di Tokyo l’archetipo della città dove tutto è visual, dalle scritte che possiamo comprendere a quelle che ci appaiono solo come segni. Ma il dato significativo è il fluire delle immagini, che oggi entra nelle nostre case attraverso una molteplicità di mezzi: le immagini fluiscono come da un rubinetto, come preconizzarono con largo anticipo Paul Valéry e Walter Benjamin. Tutte le immagini che affollano la nostra visuale nella vita quotidiana pongono il problema che non esiste nessuna educazione all’immagine, che è anche quella aniconica: sono le luci al neon o le oscene (dal punto di vista estetico) scritte sugli autobus turistici: nulla a che fare con i meravigliosi tram di Lisbona… Anche la più bella immagine pubblicitaria deturpa un paesaggio e, paradossalmente, anche la riproduzione di un capolavoro.

L’esperienza che ho intrapreso da diciassette anni attraverso Museo Teo - museo urbano itinerante, senza sede e senza opere - offre differenti possibilità di lettura di un mondo che è oggi sempre più frammentato, una molteplicità di sguardi, una serie di frammenti appunto, attraverso cui tentare una differente lettura della realtà e immaginare il mondo presente, sulla soglia del passaggio dal quotidiano verso lo sconosciuto, oltre il quale tutto è possibile, perché, come afferma il fisico Stephen Hawking: «esiste un universo dove la luna è di formaggio ed Elvis è vivo. Il nostro è solo uno degli universi possibili»

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